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Donne e professioni tecnico scientifiche 

 

“Ma Sofia era un’allieva diligente. Cominciò a rovistare nel ripiano più in alto dell’armadio e alla fine vi trovò una borsa di plastica piena di Lego di tutte le forme e dimensioni. Per la pri-ma volta dopo tanto tempo, si rimise a giocare con i mattoncini di plastica.

E cominciò a riflettere.

È’ facile costruire con i Lego, pensò. Anche se hanno forme e dimensioni diverse, tutti i pezzi si possono incastrare fra loro. E poi sono indistruttibili; Sofia non riusciva a ricordare di aver mai visto un Lego rotto. In effetti tutti i mattoncini sembravano nuovi fiammanti come quando glieli avevano regalati molti anni prima. E poi ci potevi costruire qualsiasi cosa: dopo li smontavi e il tutto era pronto per creare qualcos’altro.

Che si poteva volere di più? Sofia arrivò alla conclusione che effettivamente i Lego potevano essere definiti il giocattolo più geniale del mondo”.

 

Jostein Gaarder, Il mondo di Sofia, Longanesi, Mi, 1994

 

Se guardiamo alla storia, le donne e la scienza hanno camminato a lungo su percorsi separati.

Solo due dati: in novantasei anni, i premi Nobel assegnati a scienziate sono stati solo undici, nonostante nel nostro secolo la popolazione femminile con titolo di studio superiore abbia percentuali sempre più alte; il numero di donne cui vengono affidati ruoli di rilievo nella ricerca e nelle istituzioni è ancora molto esiguo, malgrado gli istituti scientifici delle università siano frequentati sempre più da ragazze.

Come spiegare i motivi della scarsa presenza femminile nella storia della scienza e le defezioni che si verificano alla fine della carriera scolastica o gli steccati posti alle donne nelle discipline tecnico scientifiche?

Forse le donne non amano la scienza oppure è la scienza che non si adatta alle donne?

Da quando l’accesso delle donne alle università, avvenuto nel 1860 in Svizzera, è diventato realtà, il contributo femminile alla ricerca scientifica ha cominciato ad estendersi in tutte le direzioni. Spesso però è già tardi perché le donne possano intervenire nell’elaborazione dei fondamenti teorici delle discipline e qualche volta, nonostante le porte dell’Accademia siano ufficialmente aperte, capita ancora che non vengano accolte nella comunità scientifica, ritrovandosi di fatto escluse da quei momenti di scambio informale che costituiscono una parte essenziale nel lavoro del ricercatore.

Quindi, ancor oggi, l’accesso delle donne alle professioni tecniche viene considerato problematico e nonostante l’uguaglianza formale tra gli uomini e le donne, è inevitabile constatare che una carriera nei settori scientifici e tecnologici resta appannaggio soprattutto maschile.

Da cosa dipende tale divario?

Soprattutto dagli stereotipi che troppo spesso continuano a limitare le donne nella scelta del tipo d’istruzione e di formazione. Come alcuni pregiudizi, saldamente ancorati in seno alla famiglia e alla società e che emergono nel momento in cui le ragazze si apprestano a scegliere la loro formazione. Genitori o insegnanti che spesso le dissuadono dal seguire una formazione troppo tecnica, che le condurrebbe a professioni tradizionalmente maschili in cui la presenza delle donne non è ancora completamente accettata. E senza dimenticare poi come, da parte loro, le donne non sempre hanno fiducia nella loro capacità di fare una scelta non convenzionale.

Per questi motivi, la formazione riveste un ruolo molto importante nella realizzazione delle pari opportunità, che comincia in famiglia e continua a scuola, sia a livello degli studenti, sia dei formatori e degli orientatori.

Il convegno organizzato da Diagonal parte da questi presupposti. Esso vuole costituire un momento di riflessione nell’ottica della promozione delle opportunità d’accesso alla formazione e alle professioni tradizionalmente maschili. La sua finalità è di contribuire ad abbattere le barriere socioculturali che spesso sono alla base dei pregiudizi che determinano alcune scelte professionali delle donne.

 

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